Giulia Sarti – Politici che si sono avvalsi della complicità di certi boss

MODIFICA DELL'ARTICOLO 416-TER DEL CODICE PENALE, IN MATERIA DI SCAMBIO ELETTORALE POLITICO-MAFIOSO.

 

Giulia Sarti

 

 

 

 

 

 

MODIFICA DELL’ARTICOLO 416-TER DEL CODICE PENALE, IN MATERIA DI SCAMBIO ELETTORALE POLITICO-MAFIOSO.

-Angelo Iervolino- 17 Luglio 2013 – Roma – Intervento deciso della parlamentare del Movimento Cinque Stelle Giulia Sarti durante la seduta parlamentare n.53 del 15 luglio 2013, iniziata alle ore 15:00 e terminata alle ore 19:00, presieduta dal Vice Presidente della camera Luigi di Maio. La parlamentare Giulia Sarti fa un elenco completo di nomi ed episodi che hanno contraddistinto nel recente passato i rapporti tra politica e mafia.

GIULIA SARTI. Signor Presidente, finalmente siamo giunti in questi giorni ad approvare una proposta di legge, come è già stato ricordato, attesa da molto molto tempo. Io non voglio stare qui oggi a ripercorrere la storia di questo importantissimo articolo, il  416-ter, che ha visto la luce in quel difficile 1992, nel momento immediatamente successivo alle stragi, né voglio stare qui a spiegare il contenuto della riforma che è già stata ben spiegata dai relatori e da tutti i miei colleghi. Mi preme piuttosto sottolineare, a nome del Movimento 5 Stelle, quanto lo scambio elettorale politico mafioso sia ancora oggi di notevole attualità. Non c’è bisogno di andare tanto lontano nel tempo per trovare numerosi esempi in tutta Italia di politici che si sono avvalsi della complicità di certi boss o affiliati a qualche cosca mafiosa per riuscire ad essere eletti. In Commissione giustizia, durante la corposa discussione che ha accompagnato l’adozione di questo testo, l’onorevole Cariello, deputato del Popolo della Libertà, ha affermato che secondo lui in realtà esistono due Italie. Ebbene ci preme qui affermare che purtroppo quando si parla di mafia di Italia ce n’è una soltanto. Ricordiamo tutti il giorno dell’arresto del consigliere regionale del Pdl Domenico Zambetti con l’accusa di aver pagato 200 mila euro in cambio di quattromila voti. Non solo, la ’ndrangheta, addirittura, come è emerso dalle intercettazioni, lo rendeva un suo ostaggio. Il politico corrotto era stato obbligato a fare assumere in un ente pubblico, l’Aler, Azienda lombarda per l’edilizia residenziale, la figlia del boss Eugenio Costantino, a far rinnovare il contratto di parrucchiera per la sorella, ad assegnare una casa dell’ente pubblico alla sua amante e, ovviamente, a falsificare contratti pubblici a favore della ’ndrangheta.

In manette, quel giorno, era finito anche Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, il celebre ex sondaggista di Silvio Berlusconi, che per la DDA di Milano si sarebbe incaricato personalmente di raccogliere i voti nelle periferie milanesi, in accordo con i clan. Costo 50 euro: questo è il prezzo che l’assessore avrebbe pagato per i pacchetti di preferenze offerti dalla criminalità organizzata calabrese nella regione del nord.

Alle ultime elezioni, infatti, Zambetti aveva conquistato oltre 11 mila consensi, risultando così tra i più votati. Ma per ottenere il risultato, si sarebbe rivolto ai portavoce dei clan calabresi, pagandogli in varie rate, appunto, circa 200 mila euro. Vorrei ricordare e citare alcune parole di Ilda Boccassini a riguardo, la quale dichiarava «che un candidato si rivolga alla criminalità organizzata come fosse una holding in grado di portare voti è un qualcosa di devastante per il principio stesso della democrazia».

Purtroppo, però, Zambetti era solo la punta dell’iceberg. I fatti accaduti proprio pochi mesi fa, per i quali è tuttora in corso il processo, rappresentano la prova che non si era trattato di un episodio isolato, ma che, al contrario, dietro si celava un vero e proprio sistema di corruzione, ormai collaudato e certificato, al quale si accompagnava una commistione con alcune delle cosche ’ndranghetiste.

Lo stesso giorno, guarda caso, in data 10 ottobre 2012, si scioglieva anche il consiglio comunale di Reggio Calabria. Le motivazioni erano contenute in un rapporto di ben 250 pagine, dalle quali emergeva il potere di controllo della ’ndrangheta su imprese municipali, bandi di gara, raccolta dei rifiuti, ma anche sul settore legale, arrivando a detenere persino la gestione dei beni confiscati alla stessa mafia calabrese.

E poi ancora, un’altro esempio: l’eurodeputato Antinoro del partito I Popolari di Italia Domani, in pratica ex UdC, condannato anche in appello proprio qualche giorno fa, il 5 luglio, per avere pagato 3 mila euro in cambio di 60 voti ad esponenti di Cosa Nostra dei mandamenti di Resuttana e dell’Arenella durante le elezioni regionali del 2008.

Il tribunale, nella motivazione della sentenza di primo grado, aveva scritto: il dubbio di un possibile legame con il boss Salvo Genova getta una pesante ombra sulla personalità di Antinoro, screditandone l’immagine pubblica con un sospetto di disponibilità verso certi ambienti mafiosi che va ben oltre il disvalore della condotta di corruzione elettorale accertata.

Insomma, il 2012 verrà ricordato un po’ come l’annus horribilis dei rapporti tra ’ndrangheta e politica del nord Italia. Ciò, chiaramente, non significa che la liaison sia una novità degli ultimi mesi, ma, piuttosto, che, a partire dalle maxi operazioni contro la ’ndrangheta del 2011, come «Crimine-Infinito», tali relazioni sono venute alla luce con un’ampiezza e simultaneità mai registrata prima.

Gli arresti in Liguria, poi, che hanno inserito nella lista degli indagati anche gli ex sindaci PdL di Bordighera e Ventimiglia, comuni sciolti, anche questi, per mafia, rappresentano solo gli ultimi grani di un lungo rosario. Ciò che è certo è che le inchieste del 2012 hanno dipinto, comunque, scenari inquietanti, in cui logiche clientelari si mescolano a forme di voto di scambio, con tariffe e accordi che hanno soffocato quelle che sono le normali competizioni democratiche.

Qualche migliaio di preferenze per la promessa di appalti e lavori, 20 mila euro per il volantinaggio tra gli amici degli amici alle porte di Torino, 200 mila euro per un pacchetto di 4 mila preferenze in Lombardia non sono che degli esempi.

Quello che chiediamo oggi è, dunque, che ciascun rappresentante non attenda sempre l’intervento della magistratura per scoprire i capienti vasi di Pandora che si nascondono dietro i partiti, ma che, piuttosto, attenda ad una seria e responsabile autodisciplina da parte dei partiti stessi, dotandosi di regole severe per giungere davvero ad avere liste pulite e per punire con l’espulsione dal partito chi si macchia di condotte illecite.

Era l’8 settembre 2007, quando 350 mila persone gridavano in Piazza Maggiore a Bologna «Fuori i condannati dal Parlamento !». Quelle tre proposte di legge di iniziativa popolare contenenti richieste tutt’altro che estranee, ma anzi ovvie, ad una vera democrazia, hanno contribuito alla nascita di questo movimento che ancora oggi è qui a battersi perché a fare le leggi ci sia chi non è corrotto, in alcun modo. Il nostro appello, quindi, è che la modifica dell’articolo 416-ter, di cui ci stiamo occupando oggi, non sia altro che un punto di partenza all’interno di un sistema articolato e complesso, rivolto ad una repressione severa ed efficace di tale reato. Facciamo dunque in modo che l’onestà torni ad essere di moda, con particolare riferimento ai contesti istituzionali, anche se, perché ciò davvero avvenga, dovrebbe essere un principio base della vita di ognuno di noi. Grazie.”

Fontehttp://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0053&tipo=stenografico#sed0053.stenografico.tit00030.sub00010.int00220

 



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Imprenditore, Massaggiatore Sportivo e del Benessere, Blogger, Reporter, Fotografo, Scrittore, Telescriventista, Operatore Radio (Radiotelegrafista).